Un brindisi all'annata 2015 dell'Amarone di Valpolicella. Gianmichele Passarini, presidente di CIA - Agricoltori Italiani Veneto, ha partecipato stamattina alla cerimonia, portando anche i saluti del presidente nazionale Dino Scanavino, insieme al ministro delle politiche Agricole Gianmarco Centinaio e all'assessore regionale all'agricoltura Giuseppe Pan.

L’amarone è uno dei migliori biglietti da visita dei vini italiani nel mondo, protagonista di primo piano di quel successo dell’export tricolore che ha in Veneto la prima regione d’Italia, che nel corso del 2018 ha battuto ogni record nell’esportazione di bottiglie di pregio realizzando un valore complessivo di oltre 1 miliardo e mezzo di euro, pari ad un terzo dell’intero export nazionale. Del resto il Veneto è la regione che vanta nel settore dei vini il maggior numero di etichette a denominazione d’origine (ben 53), di cui 14 Docg, 29 Doc e 10 Igt.

«Un successo, quello della viticoltura a denominazione d’origine – ha fatto notare Pan – che affonda le proprie radici nella sapienza e nelle capacità dei viticoltori e degli enotecnici, in particolare quelli veronesi. Ma che ha alle proprie spalle anche l’importante azione di supporto che la regione Veneto, negli anni, ha svolto e continua a svolgere a favore dei viticoltori e della promozione dei vini veneti all’estero.

Cia era presente con due sue aziende, San Cassiano e Corte Figaretto. «La aziende CIA - ha dichiarato Passarini - si distinguono sempre non solo per l'ottima qualità dei vini, ma per l'amore e la passione con cui lavorano: per noi è motivo di orgoglio, e ci fa piacere che questa dedizione venga poi apprezzata da chi acquista i nostri vini». 

 

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“Il Paese che vogliamo” è il titolo dell’assemblea regionale che CIA – Agricoltori Italiani Veneto ha tenuto venerdì 23 novembre a Mestre.
In vista dell’assemblea nazionale, in programma a Roma il 28 e 29 di questo mese, CIA Veneto ha approfittato della assise annuale per mettere attorno ad un tavolo agricoltori e istituzioni. A fare gli onori di casa il presidente regionale Gianmichele Passarini. Sono intervenuti il sottosegretario al Ministero delle politiche agricole Franco Manzato, la deputata Maria Cristina Caretta, gli assessori regionali Giuseppe Pan e Cristiano Corazzari, i consiglieri regionali Graziano Azzalin e Fabiano Barbisan, il prof. Vasco Boatto.

«C’è un’idea forse stereotipata dell’agricoltore – ha spiegato Passarini – dell’anziano con il trattore. Si tratta invece di un settore in continua evoluzione, votato al futuro e di primaria importanza per la vita quotidiana di tutti noi: agricoltura vuol dire cibi di qualità, vuol dire salvaguardia del territorio, vuol dire cura della biodiversità, vuol dire gestione delle risorse idriche».

Nella sua relazione, Passarini ha ricordato i passi avanti compiuti dall’Italia e dal Veneto in particolare nel campo della sostenibilità. Migliorano tutti gli indici sull’impatto ambientale: CO2 a -25%, pesticidi a -27% ed erbicidi -31%. Nella nostra regione la produzione di energia green è salita addirittura del +690% e le superfici dedicate alle coltivazioni biologiche del +56%.
«L’agricoltura – conferma Passarini pesa solo per il 6% sul totale delle emissioni prodotte che si riversano sull’ambiente; crescono le colture green e le energie rinnovabili mentre diminuisce drasticamente l’uso di chimica impattante. Ci sono però ancora molti passi da fare: serve ricerca, automazione e graduale diminuzione dell’uso di energie tradizionali non rinnovabili».

Dopo i danni provocati dal maltempo a fine ottobre (e per i quali CIA Veneto ha organizzato una raccolta fondi), il presidente ha insistito sulla necessità di salvaguardare il territorio.
L’8% del territorio nazionale è ad alto rischio idrogeologico. Il Veneto è la Regione, insieme alla Lombardia, che ha più fortemente compromesso il territorio. E gli ultimi eventi climatici che hanno raso al suolo intere foreste nel bellunese e nel vicentino hanno dimostrato la fragilità del nostro habitat. In un anno in Veneto vengono consumati 1.134 ettari con una percentuale di incremento pari allo 0,50% secondo i dati ISPRA. Un quinto degli ettari consumati in tutta Italia (5.211) nei dodici mesi si concentra in Veneto, che stacca la Lombardia con 603 ettari consumati. Sono dati preoccupanti e che devono far riflettere. Sono necessari interventi sistematici di manutenzione del territorio a partire dalle azioni di prevenzione dei disastri ambientali e per contrastare il consumo, il degrado e l’abbandono del suolo.
«Fino ora il problema del clima che cambia è stato affrontato con l’emergenza. Dobbiamo cambiare prospettiva, adattandoci ai cambiamenti climatici e mettendo in campo la pianificazione sia di tecniche che di strategie necessarie alla mitigazione dell’impatto degli eventi». Tra le soluzioni proposte, «un piano di invasi, anche di piccole dimensioni, anche ad uso plurimo. L’agricoltura ha bisogno di acqua, occorre poterne fare provvista quando ce n’è in abbondanza per poterne disporre quando manca. Bene il finanziamento del piano irriguo nazionale dedicato al potenziamento del nostro sistema di gestione collettiva dell’acqua, ma occorre prestare attenzione in modo coordinato anche al resto degli agricoltori che si trovano al di fuori dei consorzi di irrigazione. L’agricoltura veneta guarda al risparmio idrico e all’efficienza idrica come fattori economici importanti. Complici gli investimenti resi disponibili dalla PAC, il sistema irriguo italiano è tra i più avanzati in Europa. Sicuramente occorrerà migliorare ancora, ma molti sforzi sono stati compiuti e molte tecnologie si stanno rendendo disponibili, comprese quelle che fanno uso di satelliti, di collegamenti agli smartphone e sistemi nell’infrarosso per misurare l’accrescimento delle colture. C’è poi l’agricoltura di precisione, i droni. Le tecnologie sono disponibili e renderanno sempre più possibile ed efficace il risparmio idrico in futuro».

Infine Passarini ha richiamato l’attenzione degli intervenuti su politiche di sostegno al reddito, sulla necessità di una semplificazione burocratica e sul superamento della logica emergenziale che oggi caratterizza la gestione della fauna selvatica. Quest’ultima questione, in particolare i cinghiali nell’area dei Colli Euganei e il lupo nell’area della Lessinia, va affrontata con una nuova ottica. «L’attività venatoria può avere un ruolo chiave nella risoluzione del problema ma, vista anche la carenza di operatori, è importante il coinvolgimento delle imprese agricole situate nelle aree particolarmente a rischio al fine di avviare percorsi di nascita di forze di intervento specializzate».

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